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GUIDA TURISTICA

La chiesa parrocchiale

La chiesa parrocchiale


È l'antica chiesa abbaziale fondata nel X secolo dal marchese Aleramo di Monferrato.
Secondo Vincenzo De Conti (Notizie storiche della città di Casale e del Monferrato, v. I, 1838), l'abbazia di Grazzano sarebbe stata fondata dal conte Guglielmo, padre di Aleramo, nell'anno 912.
Più verosimilmente, la fondazione avvenne a opera dello stesso Aleramo tra il 950 e il 960. Nell'agosto 961 il marchese, con la moglie Gerberga e i due figli Oddone e Anselmo, dotò riccamente l'abbazia, intitolata al Salvatore, alla Madonna e ai santi Pietro e Cristina, e la affidò alle cure dei Benedettini. Alla metà del XII secolo l'abbazia risultava intitolata ai santi martiri Vittore e Corona, il cui culto sarebbe stato importato in occidente dai Crociati. Secondo una tradizione ricevette i corpi (o comunque reliquie) dei Ss. Vittore e Corona, conservati oggi sotto l'altare maggiore.
L'importanza politica, oltre che religiosa, dell'abbazia grazzanese crebbe notevolmente tra XII e XIII secolo, quando l'abate, vero e proprio feudatario con il titolo di "signore di Grazzano", entrò spesso in contrasto con i signori delle località limitrofe.
All'inizio del Quattrocento i Benedettini che la gestivano adottarono la riforma cassinese; circa un secolo dopo i monaci lasciarono Grazzano e titolare dell'abbazia divenne un abate commendatario, che risiedeva altrove e gestiva il potere locale, sia spirituale che temporale, per mezzo di un suo vicario e di vari agenti. La nomina dell'abate era prerogativa dei marchesi di Monferrato e poi, dal 1708, dei sovrani sabaudi.
L'ultimo abate venne nominato nel 1784 nella persona di Nicolas de Saint Marcel, nativo di Annecy in Savoia. Con decreto 16 agosto 1802 la secolare abbazia aleramica venne soppressa dalla legislazione napoleonica, ma l'abate continuò a risiedere in paese con il titolo di "cittadino parroco".
Tornato in Savoia nel 1808 l'abate di Saint Marcel, la cura d'anime venne affidata a diversi vicari temporanei, finchè nel 1843, risultando impraticabile la reintegrazione dell'abbazia, il potere regio nominò il primo vicario perpetuo, titolo "storico" che ancora oggi spetta al parroco di Grazzano.
Oggi l'ex chiesa abbaziale è sede della Parrocchia di Grazzano Badoglio, appartenente alla Diocesi di Casale Monferrato.
La facciata nelle forme attuali risale alla metà dell’Ottocento, allorchè il vicario don Bonasso intraprese vasti lavori di rifacimento del complesso abbaziale semiabbandonato da mezzo secolo.
In epoca medievale vi era addossato un porticato (peristylium), abbattuto alla fine del secolo XVI; nel muro era infissa la lapide romana ora conservata nella vecchia casa parrocchiale.
Negli anni ’30 del Novecento altri lavori vennero compiuti dal parroco don Coggiola, finanziati dal maresciallo Badoglio e affidati all’ingegner Vittorio Tornielli. In tale occasione si cancellarono gli affreschi ottocenteschi dei santi Vittore e Corona che campeggiavano nei riquadri tra le lesene (opera del Martini di Robella).
Il Cristo benedicente in terracotta nell’oculo centrale è opera ex voto del medico e artista grazzanese Agostino Redoglia.
Il portale ligneo risale al 1766 ed è stato restaurato nel 1972: dell’originale restano solo alcuni pannelli in rovere. La parte superiore venne aggiunta nel 1932, quando si abbassò il pavimento di circa un metro.
L'interno è a navata unica in stile barocco con tre cappelle per lato; risale al 1580, quando la chiesa venne ingrandita per soddisfare i bisogni dell’accresciuta popolazione. L’originale chiesa abbaziale era quindi più piccola dell’attuale.
Nella cappella della Madonna del Rosario (seconda da destra) è conservata la tomba di Aleramo, con frammento di mosaico pavimentale bicromo. Alle pareti due affreschi attribuiti a Guglielmo Caccia rappresenterebbero Aleramo in atteggiamento orante e un patriarca. Una lapide ricorda la traslazione delle ossa di Aleramo dal peristilio della chiesa vecchia, avvenuta nel 1581. Un'altra scritta fa memoria della ricomposizione dei suoi resti nel 1932, durante i lavori promossi dal parroco don Coggiola.
La terza cappella di destra, detta "cappella dei Gesuiti", era di giuspatronato della famiglia Gonzaga.
La pala d'altare è una splendida tela di fr. Andrea Pozzo, gesuita laico nativo di Trento, e rappresenta la morte di san Francesco Saverio. L'opera si data tra il 1670 e il 1675. Della stessa epoca sono gli stucchi e due statue di santi della Compagnia di Gesù, san Luigi Gonzaga e san Stanislao Kostka.
La seconda cappella di sinistra conserva una pala raffigurante la Madonna col Bambino e i santi Vittore e Corona, attribuita dubitativamente al Moncalvo; nella cappella successiva, di giuspatronato della cospicua famiglia locale Della Chiesa Morra, si trova un'altra tela del Caccia raffigurante l'Immacolata.
Nel presbiterio si conserva una tela con i santi Vittore e Corona donata dal cardinale Gian Giacomo Millo d'Altare, che era stato abate di Grazzano. Alle pareti due dipinti murali del Manzoni (1939).
Dietro l'altare si ammira un bellissimo coro in noce, costruito nel 1591 per la chiesa di Santa Croce di Casale, e l'imponente leggio in legno, dono anch'esso del cardinale Millo.
Gli altri manufatti lignei (pulpito, confessionale, tribuna dell'organo) sono opera dell'artigiano locale Giovanni Foglia (metà sec. XIX). L'organo è un Lingiardi risalente al 1860.
La torre campanaria, in stile romanico-lombardo nella parte inferiore, ha archetti pensili, colonnine e una loggetta cieca; nel 1910 fu rinforzata e rialzata di 5 metri su progetto dell'ingegner Crescentino Caselli, dopo un parziale crollo avvenuto nella notte del 30 settembre 1907. Di forma quadrangolare, ha il lato esterno di 7 metri e lo spessore dei muri è di 2 metri.
Il chiostrino interno, molto rimaneggiato per interventi successivi e ora in fase di attento restauro conservativo, è ciò che resta, con il campanile, dell'originale abbazia aleramica.
Il tiburio venne edificato nel sec. XIX; nel 1998 un fulmine ne danneggiò il pinnacolo, ricostruito l'anno dopo.
Al piano terreno della vecchia casa parrocchiale si conserva la lapide romana del seplasiarius Titus Vettius Hermes.





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